Transcrição do livro Pietro Secchia il bolscevisco del PCI

sfilata_partigiana_1947

Questo volume raccoglie alcuni tra i piu significativi interventi nelle aula del senato della repubblica di Pietro Secchia che ne fu anche il vice-presidente dal 1963 al 1972. Le motivazione di questa ricerca (resa pobibile dalle alta professionaitá dei funzionari di questo senato elettivo, a partire dalla dott.ssa Luanna Iannetti, a cui va il nostro ringraziamiento unito a quello per il compagno Carlo Tommolillo, curatore della copertina i dell’ editing) sono leggate all necessita di approfundire la conoscenza sulla figura del grande dirigente comunista, smontandone il caracttere spesso caricaturale a cui fu relegato il suo ricordo da parte di coloro che ne abiurarono ideali e pratica; significativo in tal senso fu il libretto della giornalista di Repubblica, nonche moglie di Giancarlo Paietta , Miriam Mafai, che titolo: “Pietro Secchia, el uomo che sognava la lotta armata”.

Pietro Secchia i incarno invece, teoricamente i praticamente la posibile linea alternativa alla maggioranza del PCI giudato da Palmiro Togliatti nel condure questa dificilissima battaglia, tra il crinale del disenso e quello dell’ adesione piena al centralismo democrático, non fu mai tentato dall’ azzardo insurrezionalista (come dimostrano anche i testi qui per la prima volta presentati) ma certamente rappresentava un’ altra i piu alta visione della lotta per la construzione del socialismo in Itália, non allontanandosi mai dall’ objecttivo final ed anzi prefigurando i rischi da una fuoriuscita, seppur graduale, dalla via maestra del marxismo-leninismo. I quanto avesse ragione da vendere lo dimostrano i fatti di oggi, nella miseria della trasformazione del partito che fu di Antonio Gramsci in quello attuale di Matteo Renzi.

Oggi, nel ricordare con questo scritto la figura di Pietro Secchia, oltre naturalmente a invitare a leggere e studiare i numerosi lavori che ciha lasciato, vorremmo evidenziare che l’esperienza politica che stiamo vivendo arriva proprio da li, da quel ceppo, da quel filone. Lo diciamo senza spocchia, consci dei nostri profondi limiti, avendo la piena percezione di esser «nani seduti sulle spalle di giganti». Se andiamo a ritroso infatti, la nostra recente storia di Comunisti Sinistra Popolare, nel’intrapresa di iniziare a costruire il Partito Comunista in Italia, nasce nel 2009, ma arriva direttamente dalla storia di Interstampa, dei centri culturali marxisti e della cosidetta corrente filosovietica del PCI di un controverso Armando Cossutta che, nel complesso incontro/scontro con quei prestigiosi dirigenti «secchiani» (Alberganti, Vaia, Bera, Ricaldone, Cassinera ed altri) costituì, negli anni ’80, le fondamenta dell’ esperienza che volle tenere aperta la ‘questione comunista’ in Italia (col tentativo poi fallito di Rifondazione e del Pdci)[1].

[1] L’area della revista Interstampa, dei Circoli Marxisti e dell’ Associazione Culturale Marxista costituì negli anni ’80 la base teorica, culturale ed organizzativa dei cosidetti «filosovietici», un vasto raggruppamento eterogeneo di compagni tra cui si annoveravano prestigiosi dirigenti comnunisti che avevano avuto Secchia come maestro, uomini legati ad Armando Cossutta – che, dopo l’esclusione dalla segreteria e dalla direzione nazionale del PCI voluta da Berlinguer, aveva «virato» la sua appartenenza amendoliana e togliattiana in una più decisa difesa dell’ esperienza dell’Urss e del campo socialista – e cetinaia di militanti comunisti; spesso giovanissimi, che nella quotidianita si rendevano conto della «mutazione genetica» dello stesso PCI. La bizzarria della storia volle che proprio gli uomini di Secchia, che a Milano ed in Lombardia nel dopoguerra erano stati sconfitti politicamente del giovane Cossutta per conto di Togliatti, si trovassero ora inaspettatamente suoi alleati nel difendere la questione comunista. Le motivazioni che stanno dietro a queste scelte di Cossutta e di una parte dei dirigenti del PCI che a lui si riferivano necessita e sarà frutto di ulteriori analisi e considerazioni.

E’ utile e necessario quindi cercare di capire ed approfondire il «punto di vista» di Pietro Secchia, così diverso da quello di Togliatti e della maggioranza del gruppo dirigente del PCI del dopoguerra. Prima di passare alla selezione degli interventi al Senato, riproponiamo qui i passaggi fondamentali delle nostre tesi congressuali del gennaio 2014, in cui si evidenzia la posisible strada alternativa del comunismo italiano.

La temperie in cui Palmiro Togliatti dirige il PCI post-resistenziale era innegabilmente avversa ad una reale possibilità di “fare la rivoluzione” in Italia. Detto questo, non si può ignorare in che misura ed in che cosa Togliatti abbia fatto, o non abbia fatto, nel fare pesare i rapporti di forza nell’arena italiana. Non essendo trotzkisti, non saremo così falsi e faziozi nel dire che il “tradimento” della revoluzione inizia con la svolta di Salerno, tuttavia sia questa, sia i suoi successivi sviluppi esigono una riflessione più approfondita che il nosto Partito dovra affrontare. Sarebbe infatti troppo semplicistico liquidarla come un “tradimento”, sic et simpliciter. Nelle date condizioni del 1944 il PCI, con il Nord del paese occupato dai tedeschi e dai loro servi fascisti e il Sud “liberato” dagli angloamericani (che appoggiano la monarchia e il debole governo Badoglio), lavorò per emarginare le posizioni attendiste di chi voleva delegare agli eserciti alleati la liberazione dell’ Italia, coinvolgendo invece le masse popolari nello sforzo , anche militare, antifascista. La linea del Congresso di Bari, che ribadiva la pregiudiziale antimonarchica e propugnava il rovesciamento di Badoglio e la sostituzione del suo governo con un governo del CLN, si stava rivelando impraticabile e paralizzante.

E’ opportuno riportare quanto scrive a questo proposito Pietro Secchia: «Se non ci fosse stata la guerra e la necessità di vincerla per schiachiare il nazismo, noi avremmo potuto e saputo risolvere rapidamente la situazione con un’ azione rivoluzionaria delle masse. Ma appunto perché c’è la guerra, che è malgrado tutto la nostra guerra, dobbiamo tutti evitare che le masse, giustamente esasperate da una situazione che non è più tollerabile, tentino di risolvere spontaneamente la situazione in forme che potrebbero essere una limitazione dello sforzo di guerra.» [P. Secchia, Il Partito Comunista Italiano e la guerra di liberazione, Feltrinelli, Milano, 1975]; e, più oltre: «Il consiglio nazionale del PCI iniziò i suoi lavori a Napoli il 30 di Marzo con un rapporto di Velio Spano sulla situazione del paese e del partito, dal quale emergevano l’imbarazzo di chi era ormai convinto dell’impossibilità di risolvere la situazione restando sulle posizioni tattiche del congresso dei CLN di Bari e la logica della vecchia impostazione: “costituendo un governo democratico, che il nostro obiettivo, noi faremo fare un passo decisivo in avanti alla situazione italiana e ci metteremo contenporaneamente in condizione di dare un maggiore contributo allo sforzo di guerra”». Togliatti nel suo intervento, sempre sulla base di un’ analisi della situazione italiana ed internazionale, impostò la questione in questo modo: “Nessuna libertà potrà essere garantita al popolo italiano fino a che i nazisti non saranno stati cacciati dal territorio nazionale. Bisogna quindi intensificare lo sforzo di guerra per liberare il paese. Costituiamo dunque un governo di unità nazionale e in tal modo faremo fare anche un passo notevole alla situazione.” Dimonstrò che bisognava uscire da una situazione caratterizzata dall’ esistenza, da una parte, di un governo investito del potere ma privo di autorita perché privo dell’ adesione dei partiti di massa, dall’ altra parte di un movimento di massa autorevole, ma escluso dal potere. “Tale situazione, mentre alimentava confusione e disordine, stancava e deludeva le masse creando un ambiente favorevole agli intrighi reazionari”. Il Consiglio nazionale approvava l’indicazione e l’iniziativa presa del compagno Togliatti di costituire un governo di un’ unità nazionale.» [P. Secchia, Il Partito Comunista Italiano e la guerra di liberazione, Feltrinelli, Milano, 1975].

Anche a seguito dell’ avvenuto riconoscimento del governo Badoglio da parte dell’ URSS, ai fini di ottimizzare e massimizzare lo sforzo bellico, l’ idea di sviluppare, in quel momento, un fronte di lotta e di alleanze, sociali e politiche, il più ampio possibile contro un nemico fortissimo e mostruoso, rinviando ad un secondo momento la questione istituzionale, era di per sé valida e imposta dalle condizioni oggettive (lo stesso Secchia virgoletta sempre il termine “svolta”).

Si tratta di capire, invece, perché e come questo “compromesso temporaneo” abbia perso il suo carattere di temporaneità, finendo per oscurare gli obiettivi rivoluzionari in riferimento alla questione, centralissima per i comunisti, dello stato e del potere. Assolutamente da respingere la tesi, secondo la quale ciò fu una conseguenza della Conferenza di Yalta. A Yalta, Stalin, Roosvelt e Churchill non divisero il mondo in sfere d’ inluenza talmente definite da segnare per sempre le sorti dell’ Italia in modo netto ed irrevocabile con quella “spartizione”. Infatti nelle Conferenze di Teheran (1943), della stessa Yalta (febbraio 1945), e Postdam (luglio 1945) si decise in primo luogo del problema tedesco e si definirono ipotesi di assetto provvisorio delle nazioni europee, in attesa di poter realizzare il principio dell’ autodeterminazione dei popoli, con la conseguente scelta del sistema sociale.

Crediamo, piuttosto, che le deviazioni dal percorso rivoluzionario originino da errori di valutazione della situazione e delle prospettive da parte do Togliatti e di parte del gruppo dirigente del PCI.

L’ insegnamento della Terza Internazionale fu fondamentale nella vitoria sul nazifascismo, consentendo di acquisire stima, fiducia e simpatia da parte delle masse popolari. Nel corso della Resistenza nei vari paesi europei, i partiti comunisti che ne avevano fatto parte, piccoli e clandestini, raccolsero gli elementi migliori espressi dalla lotta antifascista e crebbero enormemente perché seppero unire al compito della lotta alla barbarie nazifascista l’obiettivo dell’ emancipazione delle classi oppresse. E’ ciò che fece anche il PCI, che crebbe molto, diventando, per numero di aderenti, il primo partito popolare. Sempre l’eredità delle linee direttive della Terza Internazionale imponeva di non delegare la liberazione dei popoli agli eserciti alleati, né che la Resistenza al nazifascismo si manifestasse come fatto spontaneo e disorganizzato senza riferimenti politici, né ancora che il crollo delle forze dell’Asse comportasse il ritorno alle forme statuali prebelliche.

Quindi, una volta sconfitto lo Stato fascista, si pensava di sostituirlo con uno stato di tipo nuovo che non fosse la semplice riedizione del vacchio stato liberale.

Quali dovevano essere le sue caratteristiche? La teoria comunista dello Stato prevede che, una volta rovesciato il dominio borghese con la rivoluzione, non sia sufficiente semplicemente sostituirsi alla borghesia alla guida dello stato, ma sia necessario distruggere la “macchina” dello stato borghese per crearne un’ altra, espressione della nuovo potere proletario. Quale forma concreta doveva assumere il nuovo Stato, su quale tpio di instituzioni doveva basarsi?Questo problema aveva trovato risposte sempre più precise con la diffusione delle sollevazioni rivoluzionarie, dalla Comune di Parigi fino all’ Ottobre Sovietico. Gli stati usciti dalla guerra e dalla Resistenza avevano, invece, forme ancora definite; il potere no era saldamente e definitivamente in mano a nessuna delle classi, al relativo potere diuna classe faceva da cotrappeso il contro-potere della classe antagonista (dualismo di potere), con rapporti di forza variabili in base a diversi fattori, tra cui non ultimi i rapporti di forza internazionali, ma la battaglia per gli assetti instituzionali in Italia non era così definita.

I Comitati di Liberazione Nazionale avrebbero potuto costituire il modello di una nuova macchina statale, in senso marxista-leninista e in un’ accezione estensiva di fronte popolare, con cui sostituire la vecchia macchina statale, distrutta, nel nuovo Stato post-resistenziale. Molti paesi dell’europa Orientale, sconfitte le componenti borghesi anche per via parlamentare, diventarono infatti democrazie popolari, utilizzando quelle forme di coalizione politica e organizzazione statuale che si erano affermate nella fase resistenziale e risolvendo il dualismo di potere a favore del proletariato.

Una corretta analisi marxista-leninista dimostra che in Italia, dal 1944 al 1947, si è verificata appunto una tipica situazione di dualismo di potere, dove a quello “legalmente costituto” della monarchia, della grande borghesia e dei governi che ne furono espressione, faceva da contraltare il contro-potere di un proletariato che poteva contare su un’ avanguardia di due milioni e mezzo do inscritti nelle file del PCI e centomila pargiani armati; in forte analogia con il dualismo di potere tra governo provvisorio e soviet che si amifestò nella seconda fase della Rivoluzione Russa. Mentre in Russia il dualismo si risolverà nel modo che tutti conosciamo, in Italia darà vita al governo di unità nazionale, del quale faranno parte i partiti antifascisti, compreso il PCI, fino al 1947.

Gli errori tattici e di valutazione di Togliatti e della maggioranzadel grupo dirigente del PCI di quegli anni risultano comprensibili come tali – e non semplicisticamente liquidabili come tradimento -, solo alla luce di questa analisi.

Un primo errore è costituito dall’ accettazione dei meccanismi e delle forme della democrazia borghesa a priori. Fermo restando il rinvio della questione istituzionale a liberazione avvenuta e guerra terminata, sarebbe stato indubbiamente più coerente agli insegnamenti del marxismo-leninismo non abbracciare tout court la soluzione dell’ assemblea costituente eletta a suffragio universale (in un paese disabituato all’ esercizio dei diriti democratici, largamente analfabeta e manipolato dai preti!), ma rimandare a quelle forme di coalizione e organizzazione del potere che stavano concretamente scaturendo dalla Resistenza. Connesso a questo, il secondo errore: l’ assolutizzazione graduale di un compromesso che sarebbe dovuto essere temporaneo e limitato al periodo di belligeranza, fino all’ accettazione definitiva della democrazia e delle istituzioni borghesi come unico terreno di lotta. Crediamo che le cause di queste due deviazioni debbano essere individuate, da un lato, nella sopravvalutazione delle capacità del Partito di risolvere a favore del proletariato il dualismo di potere in atto agendo principalmente sul terreno scivoloso della democrazia parlamentare borghese e, dall’ altro lato, dalla sottovalutazione della forza del Partito e della capacità di resistenza e dissuasione di eventuali tentazioni reazionarie sul terreno a lui più consono, quello dello sviluppo delle lotte di massa, mai venute meno, neanche durante la clandestinità e la lotta armata. La prima considerazione ci inegna come non sia scontato che una grande forza organizzativa e militante si traduca automaticamente in un analogo peso elettorale. Pensiamo al risultato risicato del referendum monarchia-repubblica o all’ insuccesso elettorale del Fronte Popolare nel 1948. La seconda considerazione spiega il timore, esagerato, delle possibili reazioni, interne e internazionali, di fronte a qualsiasi radicalizzazione dello scontro di classe. Pensiamo all’ inerzia con cui viene accettata l’ esclusione del PCI dal governo del paese nel 1947, ma anche all’ inserimento dei Patti Lateranensi e del Concordato nell’ art. 7 del progetto di Costituzione per paura di una guerra di religione, minacciata da Pio XII. La valutazione sbagliata circa la durata e la tenuta dell’ unità antifascista, considerate ormai come scontate, darà origine a provvedimenti quali l’ amnistia ai fascisti e sfocerà poi nell’ imprevista espulsione dei comunisti dal governo. Questa espulsione risolverà definitivamente il dualismo di potere a favore della borghesia. Infatti, l’ analisi storica marxista-leninista ci insegna che le situazioni di dualismo non sono eterne, ma storicamente determinate e limitate nel tempo, in quanto vengono risolte, a favore di una classe o dell’ altra, dalla dialettica dellla lotta di classe in un insieme di condizioni oggettive e soggettive, un fatto che era sfuggito totalmente alla maggioranza dei dirigenti del PCI di allora.

Lo stato italiano di oggi non ha nulla a che spartire con lo stato nato dalla Resistenza, in quanto conclamatamente borghese per via della soluzione che il dualismo trovò nel 1947. Non riconoscendo il dualismo che caratterizzò lo Stato italiano nato della Resistenza dal 1944 al 1947, i revisionisti e gli opportunisti identificano lo Stato italiano di oggi con lo Stato post-resistenziale, in una visione aclassista della storia. Specularmente, tutte le ricostruzioni storiche da parte delle formazioni estremistiche di ultrasinistra presentano lo Stato italiano dell’ immediato dopoguerra come uno Stato borghese puro e semplice, fin dalla sua nascita, negando anch’ esse il dualismo di potere e la lotta di classe che si svolgeva al suo interno. Si tratta di una rappresentazione appunto contraria ma simmetrica a quella che danno i revisionisti.
Il Comitato di Liberazione per l’ Alta Italia (CLNAI) aveva nelle brigate partigiane e nei GAP le massime espressioni organizzative di lotta armata contro il potere nazifascista. A differenza di quanto avveniva nei CLN delle zone “liberate” dagli alleati, dove la passività delle masse era pressoché totale, il CLNAI, su spinta del PCI, si preoccupò costantemente del loro coinvolgimento nella guerra di liberazione, a partire dall’ organizzazione dei grandi scioperi del 1943. Il CLNAI e il PCI al suo interno avevano ben presente l’ indispensabile collegamento tra lotta partigiana e lotta politica e sociale di massa, magari innescata anche da semplici rivendicazioni economiche. Queste particolari condizioni fecero maturare vere e proprie esperienze di governo popolare, guidato dal CLNAI, in forme che avrebbero potuto essere adottate per la futura organizzazione statuale dell’ Italia liberata. Nelle fabbriche, ad esempio, vennero istituiti i Consigli di Gestione, un embrione di democrazia consigliare simile a quello sovietico. Le diversi condizoni oggettive nelle zone occupate dagli angloamericani, la debolezza del PCI in quelle regioni e la conseguente mancanza di esperienze soggettive analoghe a quelle maturate al Nord, spiegano il relativo predominio delle “alchimie istituzionali” nel CLN centrale. Mentre in Alta Italia, liberazione dal nazifascismo ed emancipazione sociale formano un unico, inscindibile obiettivo, a livello centrale questa unicità viene a mancare, per cui non solo la battaglia sull’ assetto istituzionale, sulla forma, viene rimandata a tempi successivi, – cosa ammissibile, come già detto -, ma anche la battaglia sul contenuto sociale del nuovo stato, sulla sua sostanza di classe, sfuma in una prospettiva temporale indefinita, sacrificata alle sole esigenze dello sforzo bellico.

Fu questo, probabilmente, il più grave errore di valutazione di Togliatti e della maggioranza del gruppo dirigente del PCI. La “svolta”, comunque, passò a maggioranza, ma venne interpretata e attuata in modo diverso al Nord, rispetto al Centro e al Sud. Per Pietro Secchia e il gruppo dirigente del Nord, l’ apertura a nuove forze e componenti sociali, il loro coinvoglimento attivo nella lotta di liberazione non doveva offuscare gli obiettivi di giustizia e emancipazione, ma favorire la lotta contro gli elementi antinazionali: attendisti, industriali antifascisti a parole, ma collaborazionisti nei fatti, alti ufficiali che aiutavano fascisti e tedeschi nella caccia ai partigiani, doppiogiochisti e così via. A livello centrale, però, si invitava alla cautela e alla moderazione, per non turbare le componenti più borghesi della coalizione antifascista. Con il feticcio dell’ unità a tutti i costi e della salvaguardia degli equilibri iniziava, in quegli anni, ad incistarsi nel corpo del partito quel virus del cretinismo parlamentare che lo avrebbe infettato per tutti gli anni a venire, fino alla sua dissoluzione.
Nel CLN si manifestarono da subito divergenze sul modo di condurre lalotta e sulla funzione dei CLN stessi a liberazione avvenuta. La Democrazia Cristiana ed il Partito Liberale li volevano organi transitori. Per comunisti, azionisti e socialisti, questi organismi dovevano invece trasformarsi in strumenti di un nuovo ordinamento politico-sociale.

Il comunista Eugenio Curiel, giovanissimo scienziato e studioso di marxismo-leninismo, ucciso a Milano dai fascisti pochi giorni prima della Liberazione a soli 33 anni, teorizzò una forma statuale che indicò come “democrazia progressiva”, caratterizzandone così la funzione: “garantire le condizioni politiche e sociali migliori all’ opera della ricostruzione, senza assegnare per questo un confine precostituito tra problemi della ricostruzione e problemi dell’ edificazione della società socialista… dobbiamo lottare perché la democrazia si realizzi superando i limiti e gli ostacoli che le vorranno frapporre le forze reazionarie, dobbiamo lottare perché la rottura si operi nelle condizioni a noi più favorevoli, quindi in condizioni tali che la rottura venga ad essere la meno costosa possibile per la classe operaia e per tutta la nazione”. La formulazione della democrazia progressiva fu fatta propria dal PCI al suo V Congresso. Essa era intesa, nell’ accezione di Curiel, come trasformazione rivoluzionaria dello Stato, che avrebbe dovuto basarsi appunto sui CLN. Va rilevato come in Curiel siano ben presenti sia il nesso tra liberazione e costruzione del socialismo, sia l’ ineluttabilità della rottura con la borghesia, cioè la temporaneità del compromesso con questa. Uno Stato di tale genere avrebbe determinato condizioni massimamente favorevoli per la rottura rivoluzionaria e per la conquista dell’ egemonia da parte dei comunisti. Nel rapporto alla Direzione del PCI del marzo 1945, Pietro Secchia affermò: “Prima, durante e dopo l’ insurrezione, dovremo riuscire a coprire le nostre città e le nostre campagne di una rete di migliaia a migliaia di Comitati di Liberazione, di fabbricato, di villaggio, di officina. Saranno questi gli organismi popolari su cui poggia il movimento insurrezionale, sui quali poggerà il governo democratico in Italia. Senza questi organismi, base del potere popolare, è vano parlare di democrazia progressiva”.

Purtroppo, è dificile trovare una citazione di Togliatti che si riveli in sintonia con Curiel e Secchia a proposito dei CLN e della democrazia progressiva. “Noi desideriamo – disse in un discorso a Napoli nel 1944 -, che al popolo italiano venga garantito nel modo più solenne che, liberato il paese, un’ Assemblea nazionale costituente, eletta a suffragio universale, libero, diretto e segreto, da tutti i cittadini, decida delle sorti del paese e della forma delle istituizioni… Questa posizione è democraticamente la più corretta… Ponendo alla base del nostro programma politico immediato la convocazione di un’ Assemblea costituente dopo la guerra, ci troviamo in compagnia degli uomini migliori del nostro Risorgimento, in compagnia di Carlo Cattaneo, di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi, e in questa compagnia ci stiamo bene”. Togliatti non si richiama evidentemente alla storia e al patrimonio ideale del proletariato Al già citato errore, la scelta aprioristica delle forme della democrazia borghese a scapito delle forme che scaturivano direttamente dalla lotta partigiana e popolare e alla dubbia scelta delle compagnie, almeno per quanto riguarda di Cattaneo e Mazzini, somma qui un altro, esiziale errore: la concezione della Resistenza come questione di indipendenza nazionale a prescindere daisuoi contenuti e motivazioni sociali, come continuazione ideale del Risorgimento. Gramsci definì il Risorgimento come “rivoluzione incompiuta”, mettendo in luce la debolezza e lo spirito compromissorio della borghesia italiana, incapace di costruire fino in fondo il proprio stato nazionale senza un compromesso di classe con l’ ancien régime. Stalin nel saluto alle delegazioni estere, presenti al XIX Congresso del PCUS, sottolineò come fosse compito dei comunisti “raccogliere le bandiere che la borghesia lascia cadere” nella corsa alla massimizzazione del profitto, perseguita calpestando i principi stessi rivoluzionari borghesi. Tuttavia, per Gramsci come per Stalin, il compimento della rivoluzione borghese, inteso come realizzazione effetiva dei proclamati principi di libertà e eguaglianza può avvenire compiutamente solo “dopo” la rivoluzione socialista, non “invece” di questa. E’ evidente come, con queste premesse, la democrazia progressiva venga svuotata di ogni contenuto rivoluzionario, per diventare una chimerabaa’ insegna di un gradualismo che nulla ha a che vedere con l’ insegnamento marxista-leninista. L’ idea che fosse possibile “superare” il capitalismo attraverso la sola via parlamentare e con graduali riforme che introducessero “elementi di socialismo” era e rimane infondata e antiscientifica.

In merito alla mancanza delle condizioni oggettive per una rivoluzione proletaria, Pietro Secchia, allora responsabile dell’ organizzazione del PCI, fecce saggiamente notare (per quei tempi yna precisazione del genere suonava come ena critica serratissima) che “…tra il fare l’ insurrezione e non far nulla ce ne passa…” ed è chiaro che il riferimento era diretto alla politica togliattiana, che scelse la via istituzionale come strategica sin dal 1944, quando l’ esperienza di governo popolare dei CLN avrebbe potuto porre altre prospettive. La cacciata dei comunisti dal governo nel 1947 segnò il punto di non ritorno di tale strategia: quell’ evento così significativo non ebbe alcuna reazione, neanche uno sciopero generale politico, al massimo qualche strillo sull’ Unità.

Si può, quindi, affermare che il PCI, dopo la Liberazione, abbia perso “a tavolino” la battaglia per la conquista del potere, senza aver mai tentato neppure di ingaggiarla. In tutti i momenti decisivi ha prevalso la linea toglitattiana della difesa dello “Stato democratico, nato dalla Resistenza”.

Dopo quanto detto finora, non si può passare sotto silenzio la politica dei quadri condotta da Togliatti, con la quale nel PCI di fatto veniva esautorato il gruppo dirigente proveniente dalla Resistenza, sostituendolo con funzionari certamente di qualità ma di estrazione borghese, privi dell’ esperienza della clandestinità e della resistenza armata.

Togliatti costruì la svolta dell’ VIII Congresso in modo, per quanto possibile, indolore. Fu indetta la IV Conferenza Nazionale in preparazione del congresso, la quale decise la sostituzione di ben il 30% dei dirigenti del partito con nuovi funzionari e quadri politici. “Riguardo all’ anzianità del partito, fra i delegati alla IV Conferenza Nazionale, rispetto al VII Congresso, vi fu’ accresciuta partecipazione di elementi entrati nel partito dopo il 25 aprile 1945”.

(…)

Do livro Pietro Secchia il bolscevisco del PCI
http://www.bolognatoday.it/eventi/cultura/bologna-sabato-13-dicembre-h-17-00-pietro-secchia-il-bolscevico-del-pci-pietro-secchia-partito-comunista-marco-rizzo-bologna-roberta-tagliavini-denis-valenti-lorenzo-soli-guernelli-2283207.html

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