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PC de Itália: Unidade Comunista: os pontos da discussão

Do documento do PC de Itália “UNITA’ COMUNISTA. I PUNTI DELLA DISCUSSIONE.”

«L’unità è un obiettivo da perseguire e per il quale vogliamo contribuire con alcuni punti che, nell’ottica di unità e ricostruzione diventano irrinunciabili. In particolare:

1)    l’autonomia politica dei comunisti e la totale indipendenza dai partiti che accettano come orizzonte il sistema capitalistico. La costruzione del partito comunista non può essere ridotta ad un’opinione più radicale interna al sistema politico borghese, di sue coalizioni o raggruppamenti di sinistra. Costruire il partito comunista significa realizzare lo strumento che scardina quel sistema. In pratica rifiutare ogni forma di alleanza elettorale con il Partito Democratico, ed uscire da qualsiasi visione antistorica di “unità delle forze democratiche costituzionali”. Un rifiuto netto, indipendentemente da chi guida il PD, e espresso tanto a livello nazionale, quanto a livello regionale e locale. Rifiutare l’alleanze con il PD a livello nazionale ma poi praticarla a livello locale si chiama opportunismo. Questo vale anche per forze cosiddette di sinistra (da D’Alema, a Pisapia, passando per Vendola) che ora possono anche distinguersi tatticamente dal PD ma che in prospettiva vogliono crescere per poi allearsi nuovamente con il PD);»

Em português:

A unidade é um objectivo a alcançar e pelo qual queremos contribuir com alguns pontos, dentro do ponto de vista que a unidade e a reconstrução tornaram-se irrenunciáveis. Em particular:

1) A autonomia política dos comunistas e a sua total independência dos partidos que aceitam como horizonte o sistema capitalista. A construção do partido comunista não pode ser reduzida a uma opinião mais radical dentro do sistema político burguês, dentro das suas coligações ou reagrupamentos de esquerda. Na prática recusar toda e qualquer forma de aliança eleitoral com o Partido Democrático e romper com qualquer que seja a visão anti-histórica de “unidade das forças democráticas constitucionais”. Uma recusa intransigente (taxativa), independentemente de quem conduz o PD e expressa tanto a nível nacional, como regional e local. Recusar alianças com o PD a nível nacional mas depois praticá-las a nível local chama-se oportunismo. Isto vale inclusive para as forças da chamada esquerda (de D’Alema a Pisapia passando por Vendola) que agora podem distinguir-se taticamente do PD mas que o que têm em vista é crescer para depois poder aliar-se novamente com o PD.

Fonte: Partito Comunista (de Itália)

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LA COSTITUZIONE SOCIALISTA IN URSS E IL COSTITUZIONALISMO ITALIANO

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“Può essere interessante confrontare oggi il progetto di costituzione in URSS con il progetto di Costituzione della Repubblica Italiana che veniva avviato appena 10 anni dopo. I rapporti di forza all’interno dell’Assemblea Costituente furono relativamente favorevoli per socialisti e comunisti (è opportuno ricordare come il PCI fosse allora il più grande partito comunista d’occidente), che da minoranza riuscirono a imprimere un carattere sociale nella nostra Costituzione più che in ogni altra Costituzione del mondo occidentale. Dovendo esprimere questo concetto in termini marxisti, diremmo che la nostra Costituzione è la cristallizzazione giuridica dei rapporti di forza sviluppatisi all’interno dell’Assemblea Costituente. Gli irriducibili difensori della “costituzione nata dalla Resistenza” elogiano le bellissime enunciazioni della nostra costituzione (la “repubblica fondata sul lavoro”, l’eguaglianza sostanziale, il diritto al lavoro, ecc), ma il loro limite sta nel non riuscire ad analizzare dialetticamente la sua natura. Quella italiana resta una costituzione borghese, che difende l’effettività dei “diritti borghesi” già conquistati (specie il diritto alla proprietà), e limita i diritti sociali a enunciati ideali di giustizia ed uguaglianza che lo Stato dovrebbe perseguire. Molti di questi enunciati sono, come accennato, più avanzati rispetto alle altre costituzioni europee, proprio grazie alla maggiore forza dei comunisti del nostro paese, ma la nostra Costituzione resta ad oggi un “programma” che sancisce sulla carta dei diritti non effettivi. L’errore storico dei comunisti e del PCI (a partire dalla segreteria Togliatti) in Italia fu l’aver inteso la Svolta di Salerno non come un giusto passaggio tattico adeguato alle condizioni che oggettivamente non erano mature per la presa del potere, ma come una strategia politica che si tradusse nell’idea della “via italiana al socialismo”. Questo errore portò all’idea che le nuove conquiste per le classi popolari potessero essere ottenute tramite la “difesa della Costituzione nata dalla Resistenza”, che da sola sarebbe bastata a rendere effettivi i diritti enunciati. Si stava di fatto rinunciando, nel nome della difesa della Costituzone, ad una strategia offensiva che mirasse alla progressiva avanzata dei lavoratori fino alla presa del potere e alla costruzione del socialismo, uniche vere garanzie per dare un carattere di irreversibilità a conquiste sociali che all’interno del capitalismo sono destinate a restare precarie e revocabili.”

Fonte: Senza Tregua

De Bolonha avança a construção do Sindicato de Classe (SGB, Itália)

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Nota minha: Eu sempre fui apoiante desta táctica sindical, é preciso separar muito bem o trigo do joio entre sindicalismo amarelo e sindicalismo de classe. É fundamental para a vitória do sindicalismo de classe na correlação de forças geral dentro dos sindicatos que seja absolutamente claro quem é sindicato amarelo e quem é sindicato de classe, quem é sindicalista amarelo e quem é sindicalista de classe. Esta separação de águas é a única forma verdadeira de unidade dos trabalhadores, a unidade em torno da luta de classes é a unidade em torno dos interesses de toda a classe explorada. Os oportunistas do nosso tempo procuram envenenar-nos com a falsidade que a unidade dos trabalhadores é uma unidade “sindical” de cúpulas e de siglas, mesmo quando isto não significa sequer uma única linha de táctica e estratégia sindical mas sim várias linhas reformistas e corporativistas. A unidade dos trabalhadores é a unidade da luta de classes desde logo contra esta falsa “unidade” de cúpulas amarelas dos sindicatos.

“Perto do fim dos trabalhos recebemos a notícia do pré-acordo patronato-FIOM-FIM-uilm no contrato nacional de trabalho da metalo-mecânica: não foi um relâmpago em  céu azul, mas a confirmação atempada de quanto é grave e perversa a traição, em particular da FIOM-CGIL, aos interesses da classe (proletária), e de como tais sinais de traição reiteram a incompatibilidade da militância comunista e da militância contínua nos sindicatos colaboracionistas.”

“Verso la fine dei lavori è giunta la notizia del pre-accordo padronato-fiom-fim-uilm sul contratto nazionale di lavoro dei meccanici: non è stato un fulmine a ciel sereno, bensì la conferma puntuale di quanto sia grave e pervasivo il tradimento, segnatamente della cgil-fiom, degli interessi della classe, e di quanto tale tradimento segni la ribadita incompatibilità tra la militanza comunista e il permanere della militanza nei sindacati collaborazionisti.”

Fonte: La Riscossa

Intervenção de Marco Rizzo no Congresso da FGC: não queremos alianças com apoiantes da UE e da NATO

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“Na sua intervenção o camarada Marco Rizzo reivindicou a importância do processo de reconstrução no campo teórico, do movimento comunista em Itália e em níveis internacional. ” a elaboração teórica que colocamos em campo deu as bases para definir correctamente a reconstrução comunista na Itália. Começamos a dar aquelas respostas que quem como eu tem quase sessenta anos nunca recebeu pelo comunismo italiano. A nossa geração está aqui para reconhecer com espírito de crítica e autocrítica, os erros do processo da refundação comunista, para entregar você uma completa ruptura com as teorias e práticas oportunistas.” Rizzo por último, lembrou a importância da juventude no processo de reconstrução Comunista e como a unidade de acção do PC e FGC onde já aplicada nesses meses deu resultados importantes.”

“Nós comunistas – conclui a nota – não estamos interessados em nenhuma forma de aliança com quem apoia a UE, a permanência da Itália na Nato, que são as premissas das políticas antipopulares.”

Nel suo intervento il compagno Marco Rizzo ha rivendicato l’importanza del processo di ricostruzione sul campo teorico, del movimento comunista in Italia e a livelli internazionale. “L’elaborazione teorica che abbiamo messo in campo ha dato le basi per impostare correttamente la ricostruzione comunista in Italia. Abbiamo iniziato a dare quelle risposte che chi come me ha quasi sessant’anni non ha mai ricevuto dal comunismo italiano. La nostra generazione è qui per riconoscere con spirito di critica e autocritica, gli errori del processo della rifondazione comunista, per consegnare voi una completa rottura con le teorie e le pratiche opportuniste.” Rizzo ha infine ricordato l’importanza della gioventù nel processo di ricostruzione comunista e come l’unità d’azione di PC e FGC dove già applicata in questi mesi abbia dato risultati importanti.

Noi comunisti – conclude la nota – non siamo interessati a nessuna forma di alleanza con chi sostiene la UE, la permanenza dell’Italia nella Nato, che sono le premesse delle politiche antipopolari.

Fontes: La Riscossa, Partito Comunista (de Itália)

Intervento del PC al Seminario di Atene “La diseguaglianza per le donne nell’UE e nel resto del mondo capitalistico. La lotta comunista”

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11 Novembre 2016

Intervento della compagna Laura Bergamini al Seminario tenutosi ad Atene il 10 e 11 novembre 2016: “WOMEN’S INEQUALITY IN THE EU AND THE REST OF THE CAPITALIST WORLD. THE STRUGGLE OF THE COMMUNISTS” – “LA DISEGUAGLIANZA PER LE DONNE NELL’UNIONE EUROPEA E NEL RESTO DEL MONDO CAPITALISTICO. LA LOTTA COMUNISTA.”

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A nome del Partito Comunista in Italia, ringrazio il nostro Partito fratello KKE per l’invito a partecipare a questo seminario.

Care compagne e cari compagni,

in Italia la sinistra riformista, e sempre più opportunista, ancora oggi ama ripetere che molte conquiste sociali nel nostro paese, come il diritto ai servizi educativi pubblici, il nuovo diritto di famiglia, il divorzio, siano frutto delle battaglie delle donne.

Noi donne comuniste invece non ci stanchiamo di ribadire che le conquiste ottenute in un paese a capitalismo avanzato sono state il frutto delle lotte della classe operaia, delle lavoratrici e dei lavoratori salariati, ponendo al centro la questione della contrapposizione e della lotta di classe e non la questione della differenza di genere. Di questo abbiamo dimostrazione storica dal fatto che, in questa fase di recesso delle lotte operaie, le conquiste sociali delle donne, così come di tutta la società, vanno indietro insieme ai diritti dei lavoratori. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: le controriforme nel sistema pensionistico, scolastico, sanitario hanno colpito tutti i lavoratori, ma in particolar modo le donne. Esse hanno visto allontanarsi il momento della pensione ancor di più di quanto non sia accaduto agli uomini; sono state sottoposte alla deportazione di massa imposta dalla “buona scuola” di Renzi che ha significato lo smembramento di migliaia di famiglie; subiscono un quasi azzeramento del loro diritto a una procreazione consapevole a causa di leggi che riducono di fatto la possibilità di abortire solo in strutture private a pagamento. E gli esempi potrebbero continuare.

Per quanto riguarda gli aspetti più propriamente economici, possiamo dire che, se all’inizio di questo ciclo di crisi strutturale del sistema capitalista in Italia si poteva pensare che le espulsioni dai luoghi di produzione e di lavoro avrebbero coinvolto maggiormente le donne, ricacciandole nei luoghi di cura domestica e sussidiaria di una sicurezza sociale in fase di disgregazione, oggi invece assistiamo al fenomeno registrato dagli istituti di statistica nazionali (dati ISTAT) per cui, mentre nel nord e centro Italia l’occupazione maschile progressivamente diminuisce (circa di 2 punti percentuali dal 2004 al 2016), l’occupazione femminile è in lieve aumento (circa della stessa percentuale). Discorso particolare va fatto per il sud Italia, ove l’occupazione maschile è in caduta libera (passando negli stessi anni dal 62 al 54 percento), mentre quella femminile resta bassissima ma stagnante (intorno al 30 percento).

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Questi dati vanno incrociati con un altro significativo indicatore: il livello di studio.

In Italia il salario medio di una lavoratrice, con titolo di studio inferiore, è pari al 64% di quello di un lavoratore maschio con equivalente grado di istruzione. Questo divario diminuisce per le lavoratrici con titolo di studio superiore, che percepiscono il 72% del salario di un lavoratore maschio, ma il divario torna a essere molto alto per le laureate, che percepiscono il 66% del salario dei laureati maschi (dati OECD). Questo divario, pur se in percentuali diverse, esiste anche in altri paesi (es. Grecia, Germania…) anche se non siamo in possesso di un’attenta analisi di quanto questi dati si intersechino con le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici immigrate, che certamente costituiscono sempre più una variabile importantissima.

Il risultato incrociato di questi dati offre la seguente situazione: 1) diminuzione dell’occupazione e sostituzione con forza lavoro meno pagata, come quella femminile; 2) ulteriore desertificazione produttiva del Mezzogiorno d’Italia.

Per noi donne comuniste questi dati confermano la centralità della contraddizione capitale-lavoro nel trattare la questione della donna nel mondo del lavoro.

Per queste e da queste ragioni, quindi, si sviluppa il nostro lavoro politico all’interno della specificità di genere: l’importanza, come comuniste, di favorire, promuovere, organizzare un forte movimento di classe partendo dalla specificità delle condizioni delle donne proletarie.

Oggi in Italia, noi comuniste diamo tutte le nostre energie teoriche e pratiche nella costruzione di un fronte sindacale di classe che sappia muoversi su di un terreno rivendicativo economico e che nel contempo possa essere e costituire un aiuto indispensabile alla costruzione di una coscienza collettiva di classe al fine di mettere in atto un’azione organizzata di difesa e di contrattacco all’aggressione del sistema capitalista monopolista.

Un fronte di classe dove si ricompongono le differenze di genere e diventano contributi indispensabili nell’azione di lotta.

Come comuniste dobbiamo, quindi, contrastare le campagne distorsive e fuorvianti di carattere interclassista che pongono unicamente l’accento sui diritti individuali delle donne, tesi ad oscurare il carattere di classe che i dati sulle condizioni di lavoro e di vita ci rimandano.

I governi e la maggioranza dei media italiani, espressioni degli interessi del grande capitale monopolistico, hanno maggior interesse nel dare risalto ai singoli episodi di violenza sulle donne o fasce deboli (episodi che comunque noi da sempre condanniamo), che non alla quotidiana violenza di classe esercitata dal capitale sulla vita delle donne, come degli uomini, proletari attraverso le condizioni di sfruttamento selvaggio.

Con altrettanta determinazione noi comuniste ci impegniamo a contrastare derive proto o tardo femministe tese, per dare una definizione sommaria, unicamente a dare un’interpretazione sessista della società e di conseguenza interclassista, che non mette in discussione il sistema economico dominante.

Una delle conseguenze di queste teorie è stata la costituzione di quote rosa o femminili nelle istituzioni elettive borghesi: consideriamo questa pratica umiliante per le donne in primis. Il risultato di queste false battaglie, sia col berlusconismo prima che col renzismo oggi, è stato il proliferare di una leva di personaggi politici femminili all’interno dei partiti borghesi che presentano un’immagine di donna funzionale allo stereotipo di donna di successo, ma in realtà completamente subordinato al sistema politico imposto e diretto dal potere monopolistico, lontanissimo dalle condizioni e dagli interessi in cui la stragrande maggioranza delle donne lavoratrici si dibatte nella nostra società.

Le donne comuniste danno il loro contributo insieme agli uomini nella lotta di classe ed unicamente per questo, insieme a loro, devono essere valorizzate.

Le comuniste ancora oggi sviluppano il pensiero, a partire da Engels, Zetkin, Kollontaj, che la questione femminile, di cui non si nega la specificità e che rappresenta costantemente la doppia funzione di sfruttamento (sfruttamento di classe ed asservimento patriarcale), deve essere necessariamente ricondotta alla lotta del proletariato contro il capitale.

Per tutte le comuniste dovrebbe essere, come apparve subito chiaro a Marx ed Engels, che le conquiste legali di uguaglianza formale tra uomini e donne non cambiano nella sostanza le condizioni materiali di subordinazione delle donne, esattamente come accade per le conquiste tra proletari e capitalisti.

Marx ci insegna che ciò che caratterizza il capitale è l’appropriazione privata ed il controllo sul plusvalore e che a partire dalla fase di transizione dal capitalismo al socialismo sarà possibile far coincidere la giornata lavorativa con il lavoro necessario. Il comunismo e la precedente fase di transizione saranno caratterizzati, quindi, non solo dalla riduzione dell’orario di lavoro, destinato a consentire il libero sviluppo delle attitudini intellettuali e sociali di tutti gli individui, uomini e donne, ma anche l’utilizzo collettivo e sociale del pluslavoro.

Engels afferma che “La posizione degli uomini in caso subirà un grande cambiamento. Ma anche quella delle donne, di tutte le donne, subirà un notevole cambiamento. Col passaggio dei mezzi di produzione in proprietà comune, la famiglia singola cessa di essere l’unità economica della società”.

Lenin ci rammenta “Come crescerà questa generazione di donne e di uomini? Non certo rinviando «la rivoluzione fino al giorno in cui gli uomini saranno cambiati», quanto piuttosto subordinandosi all’avanguardia armata di tutti gli sfruttati e di tutti i lavoratori, il proletariato!”

Le proletarie, il proletariato, organizzandosi nel movimento internazionale dei lavoratori e delle lavoratrici, spezza il giogo dello sfruttamento capitalistico e pone le basi per la realizzazione della società socialista, senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo né subordinazione della donna all’uomo. Ricordiamo che solo nel sistema che è stato attuato nei paesi socialisti sono state poste le basi per il superamento di millenni di oppressione e la donna ha trovato una vera eguaglianza e sostegno sociale nell’istruzione, nella cura familiare e sanitaria, nella vita politica.

Oggi, a più di 100 anni dalla lotta delle operaie di New York, con lo sviluppo della scienza e della tecnologia e dei mezzi di produzione, le donne lavoratrici sono più istruite, specializzate e competenti e possono mettere a disposizione nuove energie alla partecipazione di massa ed al lavoro sociale e dare il proprio inestimabile contributo alla costruzione della nuova società di liberi ed eguali.

Tuttavia, la possibilità di soddisfare i bisogni sociali trova un ostacolo insormontabile nella proprietà privata dei mezzi di produzione e nel profitto capitalista.

La socializzazione dei mezzi di produzione con pianificazione centralizzata e controllo operaio, l’uscita dalla UE e dalle altre organizzazioni internazionali imperialiste, libererà queste enormi potenzialità a favore di un reale benessere delle masse popolari, donne e uomini.

Nella società socialista, dove l’economia ed il potere saranno nelle mani della classe operaia e di tutto il popolo, punto centrale di riferimento sarà la soddisfazione dei bisogni sociali attuali, ove le donne insieme agli uomini otterranno alti servizi sociali di qualità e gratuiti.

Il socialismo, il cambio della classe sociale al potere, la socializzazione dei mezzi di produzione restano questioni centrali per l’attiva partecipazione delle donne al controllo operaio popolare e per il consolidamento e perfezionamento del potere proletario.

Questa è la base per l’annientamento delle concezioni e dei comportamenti conservatori, anacronistici e reazionari contro le donne e per la piena e completa uguaglianza ed emancipazione femminile.

La lotta sociale, politica e di classe del movimento femminile, la sua partecipazione di massa darà un enorme contributo alla grande battaglia contro la barbarie capitalista, per il futuro luminoso della società socialista-comunista, per il potere rivoluzionario della classe operaia e dei suoi alleati.

Fonte: Critica Proletária

Trump Presidente. Il progressismo sconfitto dal voto popolare.

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November 9, 2016

di Alessandro Mustillo

Lo schiaffo all’establishment americano è compiuto. Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti, dopo aver battuto Hillary Clinton con un ampio margine di grandi elettori. La vittoria repubblicana travolge i democratici anche al Congresso e al Senato, anche se in termini percentuali di voto popolare, che come noto non è un fattore dirimente nel sistema elettorale ultra-maggioritario americano, il divario si riduce a un milione di voti, abbondantemente meno dell’1%. Un’America spaccata senza dubbio, costretta tra l’alternativa di un candidato marcatamente di destra che si presenta in un’ottica anti-establishment e una candidata democratica, emblema di tutto ciò che c’è di negativo della classe politica americana. Il risultato americano conferma un trend ormai consolidato: allo scollamento del fronte “progressista” dai settori popolari, corrisponde una presa di quei settori da parte di una destra reazionaria, che si accredita come anti-establishment. La sinistra imposta la sua battaglia su temi civili, sulla tenuta rispetto al rischio dell’avversario, e quindi accoglie tra le sue braccia il sostegno dei settori dominanti del capitale. La destra vince sulle contraddizioni sociali, pur rappresentando solo un’altra visione dei settori capitalistici, porta dietro di sé il consenso del ceto medio proletarizzato dalla crisi e dei settori dei lavoratori, abbandonati a sé stessi e privi di una reale coscienza politica.

L’elezione di Obama era stata presentata come una grande speranza di cambiamento per l’America e il mondo. Anche in Italia tutta la sinistra si era ricompattata, dal PD a Rifondazione, valorizzando la vittoria dei diritti civili nel paese della divisione tra neri e bianchi. La sinistra radicale in particolare aveva insistito su questo aspetto, come spesso accade, tentando di importare modelli e miti dall’estero. I comunisti, quelli coerenti – sembra sempre brutto fare questo discorso e ci si espone alle critiche su contrasti, divisioni, litigi, ma purtroppo alla prova dei fatti le cose stanno così – non si erano per nulla entusiasmati, ricordando la celebre espressione di Fidel Castro per cui democratici e repubblicani sono solo due facce della stessa medaglia. La prova dei fatti ha dato ragione a noi, mentre ci meritavamo i consueti appellativi di “settari” “stalinisti” perché non ci allineavamo alla vulgata generale. Obama è stato l’utile strumento delle classi dominanti americane in un periodo di crisi. Ha portato avanti la politica imperialista in medio oriente e africa, tra primavere arabe e interventi diretti. Ha acuito i contrasti internazionali con la Russia. Ha fatto qualche timida apertura a progetti sociali interni, tutti a ribasso su un programma già di compromesso e pienamente compatibile. Nella sua presidenza il gap sociale tra i grandi ricchi della finanza e le classi popolari è aumentato. Dulcis in fundo la divisione tra neri e bianchi, ossia la questione dello sfruttamento e delle condizioni del proletariato e del sottoproletariato dei ghetti americani è rimasta inalterata, con nuovi casi di uccisioni, e contrasti che si acuiscono nella società americana, nonostante il presidente nero. Anche il disgelo con Cuba esaltato dai settori progressisti altro non è stato che un tentativo di ottenere con altri mezzi la capitolazione del socialismo nell’isola, con il blocco economico ancora pienamente operante.

Michael Moore aveva ammonito sulla vittoria di Trump. Onore al merito per aver colto ciò che stava realmente accadendo nell’America profonda. Ma le sue parole sono interessanti anche per capire quale sia lo spirito dello scontro tra settori in atto. Moore afferma: «La sinistra ha vinto la guerra culturale. I gay e le lesbiche possono sposarsi. La maggioranza degli americani ora adotta posizioni liberali in quasi tutti i quesiti elettorali. Paga uguale per le donne. Legalizzazione dell’aborto. Leggi più severe in materia ambientale. Più controllo sulle armi. Legalizzazione della marijuana.» Tolta la parità salariale per le donne, non esiste un provvedimento di natura sociale che venga seriamente preso in considerazione. Mentre la sinistra vince su una presunta battaglia culturale, registra l’accettazione culturale nella società di un avanzamento sul tema dei diritti civili, dimentica completamente il tema dei diritti sociali, che lascia a ricette della destra.

Trump ha vinto nei distretti industriali del paese dove maggiormente si sente il peso della crisi. Ha promesso di riaprire le fabbriche e riportare gli americani disoccupati a lavorare. Ha vinto tra i lavoratori, tra le classi medie proletarizzate e sotto-proletarizzate, tra i contadini. Lo stesso accade da tempo nei distretti industriali francesi dove vola il FN, è accaduto in Gran Bretagna con il voto sulla Brexit, pur con tutte le differenze si evidenzia nel voto al M5S nelle periferie popolari delle grandi città italiane e così via. Questo non fa di Trump un candidato a favore dei lavoratori, non trasforma una forza reazionaria in una forza autenticamente e realmente progressista. Trump ha promesso meno ingerenze negli affari degli altri paesi, questo non ne fa un candidato antimperialista. Ma è significativo che su tutti questi temi il fronte “progressista” sia più arretrato di una forza reazionaria, più allineato esplicitamente agli interessi delle classi dominanti. Si comprende allora che ogni sostegno orientato sulla logica del “meno peggio” verso i democratici – come anche in questa occasione fatto da PC Usa – non solo sia sbagliato in termini reali, ma è una lingua che le classi popolari non possono parlare. Ogni teoria si infrange davanti alla realtà, ogni previsione viene smentita perché gli interessi dei settori dominanti del capitale non riescono più ad esercitare direttamente quell’egemonia attraverso partiti e figure politiche tradizionali. Il ceto medio piccolo borghese che è il fattore dirimente in questo processo riesce ad impostare la sua lotta politica solo nei confronti della casta, non può dare ampio respiro ad un reale processo di emancipazione popolare. Limita la sua visione al capitalismo tradizionale.

Cosa sarà Trump? Difficile dirlo con precisione. Forse il presidente che contribuirà a minare ulteriormente l’egemonia statunitense, in un processo che appare irreversibile nelle tendenze economica ormai consolidate, che vedrà un ulteriore stimolo anche in termini di immagine. Un Presidente che si riallineerà immediatamente ai settori dominanti? Probabile che entrambe queste risposte siano vere. Di certo è improbabile che si realizzino quegli scenari apocalittici prospettati da chi in questi mesi per giustificare il voto verso la Clinton vedeva in Trump una sorta di Hitler in provetta. Nè d’altra parte si realizzeranno facili automatismi sostenuti da qualche interprete della geopolitica da risiko. E’ possibile che, come sempre accaduto, i margini reali dell’azione di un presidente americano siano assai limitati. Che gli interessi economici e politici veri, i settori del capitale imperialista che negli USA hanno il loro primo avamposto mondiale, siano in grado di determinare la politica della più grande potenza economica e militare del pianeta, quasi indipendentemente dall’inquilino della Casa Bianca. Anche quelle classi popolari che a Trump hanno dato fiducia non guadagneranno nulla da un cambio di presidente, in un sistema economico-sociale intatto, in cui settori della borghesia riusciranno invece ad incrementare i propri profitti anche grazie alle proposte su tasse, privatizzazioni, e politica economica che il candidato repubblicano ha avanzato. Ricordiamo poi che Trump è un vecchio finanziatore della Clinton, è pur sempre un capitalista che per quanto giochi a presentarsi come anti-establishment ne fa a pieno titolo parte. Il gioco sul mito dell’imprenditore che si è fatto da solo, del sogno americano, dell’anti-retorica che lo rende alla portata dell’americano medio, non cancella il discrimine di classe di una politica che ricorda tanto quella della Roma antica dove il dibattito tra populares e optimates si svolgeva pur sempre tra famiglie dell’aristocrazia cittadina. Un segnale ulteriore dell’arretratezza della reazione delle classi popolari americane la cui scelta è pur sempre legata a esponenti di fazioni borghesi, tra due nemici di classe.

L’interesse si sposta poi sull’Europa. All’inizio degli anni ’90 la vittoria di Clinton aprì il ciclo delle vittorie “progressiste” in vari paesi europei. Blair nel Regno Unito, Prodi in Italia. La vittoria di Trump è un segnale e apre ad una ondata di destra sul continente europeo. Un vento che già soffiava, ma che adesso può diventare un tifone. La destra francese, inglese, persino in Germania e Italia sarà certamente galvanizzata da questo risultato. Il voto contro la casta, contro l’establishment è indubbiamente la tendenza di questa fase, ma è una prigione per le classi popolari. E’ un voto che divide gli oppressi, che ha nell’immigrazione un punto cruciale e che finisce per portare la rabbia popolare sul binario della lotta tra poveri, distogliendolo dal terreno del conflitto di classe. Non saranno coalizioni con le forze socialdemocratiche a invertire la rotta, come già visto varie volte, perché il meno peggio è il modo migliore per consegnare alla destra populista vasti settori delle masse popolari. Non sarà appoggiare nuove forme di socialdemocrazia di sinistra, che dove già al governo, come in Grecia, mostrano tutti i loro limiti storici. Il problema della soggettività autonoma della classe operaia capace di legare attorno a sé i settori più combattivi delle masse subalterne è la questione del nostro tempo, non rimandabile, unica che possa costruire un’azione delle classi popolari autonoma da tendenze inconcludenti e avventure reazionarie.

Fonte: La Riscossa

Un no comunista alla riforma costituzionale

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September 30, 2016

di Alessandro Mustillo

Il 4 dicembre il popolo italiano sarà chiamato a votare per confermare o respingere la riforma costituzionale promossa dal governo Renzi, che vede tutte le forze di opposizione contrarie, e un sostegno che va ad erodersi anche negli ambienti della sinistra del PD. Ma proprio questa “renzizzazione” dell’esito del referendum rischia di portare a non comprendere fino in fondo la posta in gioco e la reale funzione della modifica costituzionale. Nello schieramento eterogeneo delle forze politiche che compongono il fronte del no sono presenti infatti molti dei responsabili delle precedenti riforme costituzionali e delle riforme strutturali avanzate nell’ottica del perseguimento degli interessi del grande capitale. Penso ai vari D’Alema, e a tutte le posizioni del centrodestra. O tutt’al più l’esito del referendum attiene a giochi di potere per la sostituzione di Renzi, evidentemente con qualcuno che farebbe altrettanto al governo, come la storia recente ci ha insegnato. Per queste ragioni il Partito Comunista ha deciso di costituire un proprio comitato referendario, appoggiato da quegli esponenti intellettuali e dai settori del lavoro che comprendono la necessità di un no alla riforma istituzionale non limitato alle contingenze, ma legato alle esigenze strutturali di un rafforzamento delle lotte nel nostro paese.

La riforma costituzionale varata dal governo è una riforma funzionale agli interessi del grande capitale, appoggiata non a caso dalla Confindustria, dall’Unione Europea, dai media internazionali e dai settori che contano degli apparati imperialistici, ivi compreso il sostegno esplicito dell’ambasciatore americano in Italia. Si inserisce nel contesto – esplicitamente dichiarato dalla grande finanza – della necessità strutturale del superamento delle costituzioni anti-fasciste in quanto eccessivamente sbilanciate in ottica di compromesso con le forze sociali, ed espressione di rapporti di forza in cui la classe operaia e le masse popolari, e con loro i partiti che ne rappresentavano gli interessi, erano enormemente più avanzati di oggi.

In questi anni a sinistra la Costituzione è stata oggetto di venerazione, in ottica antiberlusconiana e legalitaria, dimenticandone la natura di compromesso sociale e politico. Discorsi come quelli relativi alla “Costituzione più bella del mondo” e simili, hanno dimenticato che ogni costituzione si regge esclusivamente sui rapporti di forza reali, e che anche un testo avanzato come quello della costituzione italiana, ha consentito le politiche di attacco ai diritti dei lavoratori, l’ingresso nella UE, la partecipazione a guerre imperialiste, e non è ma stata attuata fino in fondo nelle sue parti più progressiste. Gli stessi che oggi la difendono strumentalmente contro l’attacco di Renzi sono i responsabili delle modifiche peggiorative introdotte in questi anni: dalla modifica del titolo V al pareggio di bilancio. Noi comunisti non possiamo associarci a questo coro, né ritenere che la Costituzione sia l’orizzonte ultimo della nostra azione politica, o come professato dall’ultimo PCI e dalle forze opportuniste, l’orizzonte entro il quale praticare il socialismo. La difesa che noi comunisti facciamo della Costituzione attiene strettamente alla lettura del quadro dei rapporti di forza, che sono molto più arretrati di quando essa venne redatta. Ogni modifica della Costituzione in queste condizioni non potrebbe che risolversi in una riforma peggiorativa per le prerogative delle classi popolari, e i precedenti storici lo hanno largamente dimostrato. Quando, attraverso il lavoro di sviluppo delle lotte e della coscienza di classe si produrranno rapporti di fora più avanzati la Costituzione non sarà certo un tabù irremovibile, e il nostro orizzonte si muoverà ben oltre quella che Calamandrei definì giustamente “una rivoluzione promessa”.

Nestes últimos anos à esquerda a Constituição tem sido o objecto de veneração, numa óptica anti-berlusconiana e legalista, esquecendo-se da natureza do compromisso social e político.

Discursos, como aqueles relativos à “Constituição mais bonita do mundo” e afins, esqueceram que qualquer constituição se rege exclusivamente pelo equilíbrio de forças real. E esquecem que mesmo um texto avançado como o da Constituição italiana, consentiu a política de ataque aos direitos dos trabalhadores, a entrada na União Europeia, a participação nas guerras imperialistas e que nunca foi implementada completamente nas suas partes mais progressistas.

As mesmas pessoas que a defendem hoje, instrumentalmente, contra o ataque de Renzi são os responsáveis pelas mudanças prejorativas introduzidas nos últimos anos: desde a alteração do Título V até ao “orçamento equilibrado”.

Nós, comunistas, não podemos associar-nos com este coro, nem acreditamos que a Constituição é o horizonte último da nossa acção política, ou como professado pelo último PCI e pelas forças oportunistas, o horizonte no qual se pode praticar o socialismo.

A defesa que nós comunistas fazemos da Constituição adere estritamente à leitura do contexto da correlação de forças, que está muito mais atrasada do que quando foi ela escrita.

Qualquer emenda à Constituição nestas condições só poderia ser resolvida por uma reforma prejorativa às prerrogativas (aos direitos) das classes populares e os precedentes históricos já o demonstraram amplamente.

Quando, através do esforço da luta e do desenvolvimento da consciência de classe se produzir uma correlação de forças mais avançada a Constituição não vai ser um tabu inflexível e o nosso horizonte vai ultrapassar muito além do que Calamandrei justamente chamou “uma revolução prometida”.

I lavoratori hanno diritto di comprendere perché questa riforma è contro di loro e perché tanti ragionamenti che ne costituiscono la maschera populista sono funzionali a ben altri fini. Analizziamo parte per parte. La riforma supera il bicameralismo, aumenta le prerogative dell’esecutivo, riduce i tempi per l’approvazione delle leggi, creando canali particolari per alcune di esse. La tesi maggioritaria in sostegno della riforma è che questi provvedimenti sono tesi a rendere più veloce l’approvazione delle leggi e rimuovere le difficoltà all’approvazione delle riforme, rendendo la forma di governo del Paese più moderna. E’ verissimo, ma bisogna collegarlo al contesto della fase, comprendendo il senso della politica del governo, e rigettando tecnicismi e pretese di neutralità dell’azione legislativa. Potenziare e migliorare il funzionamento della macchina dello Stato ha precisi scopi.

Le leggi e le riforme a cui il governo fa riferimento altro non sono che le politiche antipopolari di riduzione dei diritti dei lavoratori dei pensionati, dei giovani il cui iter di approvazione è oggi troppo lento, aprendo, attraverso una doppia (spesso tripla) lettura necessaria delle Camere a compromessi, qualche residua battaglia parlamentare, una maggiore possibilità per le forze sociali, per i sindacati e i movimenti di lotta di inserirsi nel dibattito durante la discussione nei vari rami del Parlamento, finendo sempre per dover dare qualche residua concessione. Anche le briciole finiscono per pesare in una fase recessiva come quella che vive l’economia italiana. E così si rafforzano le prerogative degli esecutivi a danno di farraginosi e litigiosi Parlamenti, che se ormai sempre più lontani dal contatto diretto con le forze sociali, non rappresentativi di reali interessi di classe, per interessi particolari finiscono pur sempre per essere un impaccio ai piani del grande capitale. La politica degli interessi personali, dei carrierismi e del trasformismo si è rivelata utile nel processo di disarticolazione delle forze di classe, alla riduzione del conflitto sociale in Italia, e oggi quelle stesse forze divenute inutili e d’impaccio, additate di essere l’origine di tutti i mali, vengono liquidate senza grandi complimenti. La dialettica parlamentare espressione della composizione del conflitto di classe nel dopoguerra non ha più senso di esistere perché il capitale non c’è alcun compromesso da attuare. Sbagliata era la strategia di quelli che dall’ottica opposta lo praticarono in altre condizioni e con altri rapporti. La “normalizzazione parlamentare” si compie anche con la costituzionalizzazione degli statuti delle opposizioni, pegno pagato alla tradizione liberale di matrice anglosassone che non a caso è nota anche nel linguaggio corrente per la “opposizione di Sua Maestà” proverbiale esempio di opposizione inutile e pienamente inserita in un’ottica di alternanza politica e piena internità nel sistema.

Questo processo di evoluzione e perfezionamento della macchina dello Stato, come lo avrebbe definito Marx, si somma agli esiti della riforma elettorale, che assegna ad una minoranza la maggioranza dei seggi nell’unica Camera restante con piene funzioni legislative. Anche questo particolare risponde alle esigenze strutturali delle classi dominanti, che temono l’ingovernabilità che emergerebbe da uno scenario che non prevedesse tali meccanismi di fronte ad una parcellizzazione delle forze politiche e all’esplosione del precedente assetto bipolare, come sta accadendo in tutta Europa. Una legge che vanta precedenti non edificanti, dalla legge Acerbo che aprì la strada al regime fascista, alla legge truffa fermata per l’opposizione di comunisti e socialisti (i famosi rapporti di forza).

Riassumendo un esecutivo espressione di una minoranza, controllerà la maggioranza assoluta della Camera, unico ramo legislativo del Parlamento, e potrà oltre ai consueti strumenti della fiducia e della decretazione governativa, chiedere di approvare provvedimenti con iter accelerato, addirittura di discussione entro cinque giorni dalla presentazione. Sarà agevole per il governo ottenere l’approvazione in tempi rapidissimi dei provvedimenti da parte di una camera controllata, così come respingere le eventuali richieste del Senato di revisione della legge, che non hanno parere vincolante, e possono essere superate con un voto confermativo anch’esso in tempi brevi. Lo scenario ideale per la classi dominanti, e ulteriori difficoltà – anche se compensate da una buona dose di perdita di illusioni – per organizzare e rafforzare il conflitto sociale.

I margini della partecipazione popolare diretta, già resi inutili dal peso della minoranza governativa, agevolando di fatto astensionismo e allontanamento generale, vengono ridotti anche per leggi di iniziativa popolare e referendum. Le firme richieste per la presentazione di una legge di iniziativa popolare passano dalle 50.000 precedenti a 150.000 e quelle per indire un referendum si sdoppiano: restano 500.000 per il quorum attuale, diventano impossibili 800.000 (i limiti temporali restano i medesimi) per il quorum più basso. In questo caso si ridurrebbe il quorum dal 50% degli aventi diritto al 50% dei votanti alle ultime elezioni, ma in presenza di una soglia di firme così elevata è un abbaglio, che testimonia ulteriormente la direzione della riduzione del peso della partecipazione popolare ormai dato per scontato e anzi da agevolare. A usufruirne paradossalmente saranno quelle forze dominanti che uniche potranno riuscire a raccogliere una soglia così grande di firme, per le quali non sarà poi necessario il quorum, mentre per i comitati popolari la strada è in salita. Anche l’istituto del referendum viene messo nelle mani delle forze politiche più forti mediaticamente e per apparati, quindi quelle di governo. Si vuole così evitare quei fastidiosi episodi come il referendum sull’acqua pubblica, che hanno chiaramente messo in luce come la volontà popolare non conti nulla, avendo governi e amministrazioni locali proceduto a superare quell’esito con provvedimenti legislativi opposti.

Si parla di riduzione dei costi della politica, in relazione al Senato che vedrà il numero di senatori diminuire a 100 la maggioranza dei quali indicati dalle istituzioni locali tra consiglieri, sindaci e amministratori. La riduzione dei costi in parte ci sarà, ma a condizione di un vero pasticcio che renderà il Senato del tutto inutile (non sarebbe stato meglio abolirlo?) se non a pagare il pegno degli ambienti federalisti e del discorso della rappresentanza regionale. La confusione dei ruoli di amministratori locali e senatori non depone a favore del funzionamento dell’organo che d’altronde è strutturalmente ideato per funzionare il meno possibile e non mettere bastoni tra le ruote al governo e alla camera che legifera.

Occasione persa infine per una seria riforma del titolo V della Costituzione che tanti danni ha prodotto al sistema sociale nazionale. La riforma del governo non è assolutamente il passo indietro che sarebbe stato necessario ma una semplice razionalizzazione – dagli esiti giuridici non certi – che pone a avocare allo Stato una serie di funzioni che sono determinanti oggi per ragioni di sviluppo e interessi capitalistici, vedasi a tal proposito l’attenzione sulle opere strategiche. In sostanza si rimuove il controllo locale lì dove può essere di ostacolo, ma ci si guarda bene dal ripristinare l’unitarietà del sistema sanitario nazionale, del diritto allo studio e di tutti quei settori in cui il passaggio alle regioni è stato un regalo alle privatizzazioni e ha comportato una riduzione sensibile dei diritti per le classi popolari.

Queste sono le ragioni per cui i comunisti invitano a votare No al referendum costituzionale. Sapendo fin da ora che prima o dopo questa riforma quale sia l’esito per le classi popolari non cambia di certo la necessità strategica della propria organizzazione e dell’aumento della lotta di classe come unico mezzo per la propria liberazione. Non limitiamo il nostro orizzonte a dispute di carattere borghese, respingiamo questa riforma perché peggiorativa, ma non alimentiamo alcuna illusione sul carattere di questo sistema, che ha già dimostrato la sua vera natura. In caso di vittoria del No le classi dominanti cercheranno altri mezzi per ottenere i loro fini: a Renzi si sostituirà un nuovo governo, si parlerà di riforme tecniche, o si appoggeranno altre forze politiche, ma la sostanza resterà la stessa. Quale sarà l’esito bisognerà continuare a lottare.

Fonte: La Riscossa